di La Red

Jacynta Galabadaarachchi (2001), australiana con origini argentine, srilankesi e italiane. Cresciuta tra Melbourne City e Perth Glory, ha giocato anche con West Ham, Celtic, Napoli e Sporting Lisbona prima di arrivare al Sassuolo. (credits Sassuolo Calcio)
Jacynta Galabadaarachchi è una delle calciatrici più brillanti del Sassuolo: talento, sensibilità e un percorso che l’ha portata dall’Australia all’Europa passando per culture diverse. Con lei abbiamo parlato di calcio, identità, passione e quotidianità in Emilia.
Hai giocato in molti Paesi. Che differenze hai trovato rispetto all’Italia?
Sono partita dall’Australia quando avevo sedici, diciassette anni, e da allora ho giocato in Inghilterra, Scozia, Portogallo… ogni Paese è diverso. Qui in Italia però la passione è qualcosa di unico: la senti ovunque. Le persone vivono il calcio in modo intenso, dagli allenatori alle compagne fino alle avversarie. Anche gli allenatori sono molto affettuosi: quando ti parlano senti che ci tengono davvero a te. È la differenza più grande rispetto agli altri campionati in cui sono stata.
Hai molte radici diverse. Per quale Paese batte il tuo cuore?
È una domanda sempre complicata. Sono nata in Australia, mia mamma è argentina, mio papà è dello Sri Lanka e ho anche origini italiane: credo vicino Bologna. È per questo che dico che il mio sangue è pieno di radici diverse.
Per quanto riguarda la Nazionale, continuerò con l’Australia: ho fatto il mio esordio proprio quest’anno. Allo stesso tempo però non ho l’aspetto dell’australiana “tipica” e sono cresciuta in una casa molto multiculturale, perciò non mi sento di appartenere esclusivamente alla cultura australiana.
Gli atleti possono ispirare le nuove generazioni?
Assolutamente sì. Essere un’atleta è il sogno di tantissimi bambini, lo era anche per me. Quando ero piccola guardavo soprattutto ai calciatori uomini, mentre oggi le bambine hanno la possibilità di guardare alle donne come modelli. È un cambiamento enorme. Ed è bellissimo sapere che posso ispirare una bambina a dire ai genitori che vuole giocare a calcio. Quando ero piccola non era affatto comune che una ragazza lo dicesse. Ora invece è tutto diverso, e questo mi rende felice.
Nel Sassuolo ci sono ragazze di tante nazionalità. Come comunicate?
Lo spogliatoio è molto internazionale: australiane, francesi, inglesi… e quindi un sacco di lingue diverse. Stiamo tutte imparando l’italiano e molte ragazze parlano già inglese, quindi non ci sono problemi. Io capisco un po’ di più perché parlo spagnolo grazie a mia mamma. In campo però la lingua principale resta l’italiano.
Noti un diverso approccio alla professione?
Sì. In Italia c’è molta più passione: le emozioni si vedono e si sentono in ogni allenamento. In Australia invece l’attenzione è più rivolta alla parte atletica: quanto sei in forma, quanto puoi essere un’atleta completa dal punto di vista fisico. Qui — come in Francia e Spagna — si dà molta importanza alla tecnica e al modo in cui giochi.

Come ti trovi a Sassuolo? Hai provato il gnocco fritto?
Mi trovo molto bene. Sassuolo è piccola ma accogliente: qui basta andare una volta in un ristorante perché si ricordino di te e ti facciano sentire a casa. È l’opposto delle grandi città, dove c’è troppa gente e tutto è più impersonale.
Il clima sta diventando freddo, ma mi piace lo stesso.
E no, non ho ancora provato il gnocco fritto! Forse lo terrò come “cheat meal” dopo una partita.
Da bambina hai mai pensato di fare un altro sport?
Facevo ginnastica, poi guardavo mio fratello giocare a calcio. Mia mamma mi incoraggiò a provare perché altrimenti aspettavo sempre che finisse gli allenamenti. Ho iniziato a cinque anni e da quel giorno non ho più pensato ad altro. È sempre stato il mio sogno, e non è mai cambiato. mia mamma mi disse semplicemente: “Va bene, puoi giocare”.
Come affronti i momenti difficili o le sconfitte?
È dura, soprattutto perché la mia famiglia è lontana. Sono credente, quindi prego, e spesso aspetto che in Australia sia mattina per parlare con i miei. Avere la loro voce dall’altra parte del mondo mi aiuta tantissimo.
Il calcio è ancora molto maschile in Italia. Vale anche altrove?
Dipende dal Paese. In Australia, per esempio, le Matildas (la nazionale femminile, ndr) riempiono stadi da cinquantamila persone. Qui non è ancora così, ma credo che possa cambiare. Alle ragazze che vogliono iniziare dico di non mollare: lo spazio c’è e crescerà sempre di più.
Quanto contano amore e amicizia nella tua vita?
Sono fondamentali. Non sarei qui senza la mia famiglia, senza il loro sostegno e i loro sacrifici.
Anche le amicizie sono importantissime: arrivare in una nuova squadra non è semplice, soprattutto quando la lingua non è la tua. A Sassuolo ho trovato tre o quattro amiche molto strette. Dopo gli allenamenti usciamo insieme, e quando hai una giornata no puoi sempre parlare con loro. È un aiuto enorme.
In futuro, in quali squadre ti piacerebbe giocare?
Non lo so… è una domanda difficile. Al momento sono felice dove sono: mi sto godendo Sassuolo, la squadra, e adoro l’Italia, quindi è davvero bello essere qui.
Però, fin da quando ero bambina, la squadra che guardavo di più — parlando di calcio maschile — era il Barcellona, soprattutto per Messi. Messi è il mio giocatore preferito, quindi penso che chiunque sia fan di Messi finisce per essere anche fan del Barcellona. Il loro modo di giocare è bellissimo; credo che abbiano cambiato il calcio per sempre.
Per questo, per me, il Barça è il club migliore del mondo. Sarebbe un sogno, certo… ma ora sto benissimo qui.
