di Filippo Messori

E finalmente, arriva, la bruma, il nulla.
Che si mangia tutto, le case, gli alberi gli uccellini nel cielo, le strade ed anche i clienti, ovatta tutto e lo rende espressivo come un blocco di ghisa.
Ma cosa dico.
Ma se è una meraviglia.
Immagino che solo chi abbia nel sangue il pantano dei fontanazzi invece dei globuli rossi, sappia apprezzare questo velo pietoso che sfuma tutte le isterie di noialtri, poveri mortali, genìa di insensati, noialtri che diamo al mondo colori troppo forti e spigoli troppo acuminati, su cui ci infilziamo come dei masochisti di quarto grado tutti i dannati giorni.
Il passo si fa sospettoso, tra le ombre della fumana, seguendo le strisce bianche come fossero dei fili d’Arianna che non hai teso te, e che non sai poi alla fine dove diaggine ti stiano portando.
E non ti importa neppure granché.
Sarà forse la quiete emanata da queste nuvolaglie a far addormentare i gentili trasportati, aumentando il silenzio già tombale, rotto solo dalle irregolarità dell’asfalto e dal rombo sommesso del motore mentre accelera incurante.
Incurante della fine del mondo in cui si lancia, incurante delle fiaccole fiammeggianti sul tarmac, che rendono l’atmosfera pagana e lugubre, uniche nel loro calore vivo, pagane dicevo, quasi che il relitto di una utilitaria sul cocuzzolo di una rotatoria fosse una pira di vichinga memoria, austera e definitiva nella sua miseria finita, vestigia ancestrale, brivido, sensazione, più che un fatto, che il grigiore porta sempre con sé nella notte, e forse scatena qualcosa nel sangue di noi biondi, chi lo sa.
E allora acceleri, chiudi gli occhi, che tanto non si vede una madonna lo stesso, non temendo neanche di volare nel livido fjord con taxi, cliente e tutto, perché oramai quello che dovevi vedere, o credere di vedere, l’hai già visto, e si sta poi bene anche così, a varcare le porte del ragnarok sulla tua nave bianca come una collina coperta di neve, sperduto nella nebbia, sperando che almeno lì l’amministrazione abbia rifatto la segnaletica orizzontale.
