Zorzi, allenarsi alla complessità

andrea zorzi, rivista sul serio

di Nicolas Friggieri e Marcello Micheloni (ha collaborato Giovanni Barbieri)

Ha schiacciato, vinto, viaggiato, raccontato.

Oggi Andrea Zorzi guarda lo sport con la stessa curiosità con cui un tempo leggeva il gioco dietro la rete: cercando significati, non solo punteggi.

Con lui proviamo a capire se, nel bene e nel male, lo sport racconta ancora chi siamo.

Andrea, lo sport può essere davvero specchio di una società, nel bene e nel male?

Dall’antica Grecia, dove lo sport aveva un forte valore pubblico grazie alle Olimpiadi, si passa all’Impero Romano, in cui gli atleti diventano gladiatori e i giochi assumono toni spettacolari. Dopo un lungo periodo di declino, l’interesse per l’attività fisica riemerge nel Rinascimento e cresce tra Settecento e Ottocento, con la Rivoluzione Industriale e la rinascita delle Olimpiadi moderne, che valorizzano lo sport come strumento di salute e coesione sociale. Nei secoli successivi, lo sport viene usato anche come mezzo politico — dal colonialismo ai totalitarismi — fino a diventare, dagli anni Ottanta in poi, un grande business globale legato al consumismo, soprattutto negli Stati Uniti.

Se lo sport rimanda alcune caratteristiche della nostra società? Risposta complessa. Dico “non tutte”, nel senso che in questo momento lo sport secondo me è molto legato alla performance, al successo, alla capacità dei grandi atleti di essere super-performanti ed è come se quello specchio rimandasse principalmente a ciò rilanciando alcune caratteristiche più di altre.

Lo Sport può influenzare in positivo il resto della Società? Un Sinner oggi così come un Alberto Tomba ieri, possono ispirare le persone in politica, cultura, economia a dare il meglio di sé?

Argomento complesso che cerco di concentrare: parlare di Sinner, del numero uno che ha successo, sicuramente può essere una fantastico modo per parlare di attenzione e disciplina, di impegno e motivazione. È una visione del modello sportivo che però ha un limite grosso perché lo Sport non è solo chi vince e qui invece si tende a contrapporre il vincitore all’insuccesso degli altri.

Pensi che in questa polarità non ci sia più più spazio per provare a dare un valore etico al mondo sportivo?

Le classifiche e le vittorie hanno un grande peso, ma non devono essere usate per giudicare il valore delle persone. Vincere non significa essere “migliori” in senso assoluto. Lo sport offre valori importanti — rispetto, impegno, collaborazione, fatica — ma spesso si cade nell’errore di trasformare la competizione in un modello universale di comportamento. La competizione può essere positiva, finché non diventa sopraffazione o un criterio manipolatorio per misurare la vita intera. Ok la dicotomia tra vittoria e sconfitta a patto che poi non venga usata in modo retorico per definire tutta la nostra vita in soldoni.

In questa dicotomia “vincitore/perdente” quanto impattano i social?

L’essere umano si trova più a suo agio nella semplificazione che nella complessità: gli piace avere idee chiare su cosa accade. In qualche modo i social sono, guarda caso, un mezzo che più di altri si adatta a questa semplificazione

Gli smartphone hanno “ingombrato” la vita dell’Uomo come mai era successo nella Storia ed ecco perché la polarizzazione mi pare oggi particolarmente accentuata.

I popoli che hanno uno spirito nazionalistico maggiore rispetto a quello italiano, possono avere motivazioni e dunque risultati migliori per questo motivo? Pensiamo a “piccoli” stati come la Serbia o la Lituania nel basket, ai neozelandesi con gli All Blacks, ai pugili di Cuba…

Penso che questo abbia a che fare con tanti fattori, a partire dalla cultura in cui sono immersi questi popoli fino ad alcune abilità pratiche anche molto specifiche.

La “motivazione dell’identità” ha un certo valore, indubbiamente: è come se tu riuscissi a trovare un po’ di energie dentro di te. Ma occorre cercare sempre risposte più complesse, partendo dal fatto che il modello di competitività che conosciamo noi è prettamente occidentale e parla del nostro concetto identitario. In paesi enormi come l’India i valori sono altri rispetto all’essere dotati fisicamente per lottare per un risultato.

Noi usiamo lo specchio delle medaglie olimpiche come modello: ci perdiamo il fatto che altre culture non considerino la competitività un valore in assoluto.

Apprezziamo tanto la tua voglia di non semplificare.

Per concludere due osservazioni sul volley: ci pare che discipline come il basket, il calcio, il rugby, l’automobilismo abbiamo una memoria storica più profonda. Tutti i ragazzini che giocano oggi a basket conoscono Michael Jordan e credo valga lo stesso per Maradona nel calcio e probabilmente anche per Villeneuve nella F1.

Il volley ha una memoria storica diversa?

Il nome di Michael Jordan ci aiuta a capire quanto questo ragionamento sia legato anche al marketing. Jordan, un campione in campo straordinario, fenomenale, è diventato anche un esempio di business e di successo così enorme che le sue scarpe Nike sono ancora così importanti dopo tanti anni. Nel basket c’è un prima e un dopo Michael Jordan pure a livello economico. Anche questo ha contribuito a creare una memoria storica.

Vi porto inoltre l’esempio del tennis, uno sport dove l’uso della tradizione è fondamentale: il tennis ha una grande interesse a farsi percepire come legato a posti mitici come Roland Garros o Wimbledon che ne aumentano la leggenda e quindi l’importanza della memoria.

La grande generazione italiana del Volley (quella di Andrea, ndr) ha fatto tantissimo ma è vero che non c’è una memoria paragonabile ad altri sport e credo che per un pallavolista potrebbe essere utile spiegare ai giovani la storia dello sport, chi sono stati i grandi paesi di tradizione, raccontare aneddoti come quello dell’invenzione del bagher nella Cecoslovacchia degli anni Cinquanta e così via. Tutto vero ma resta importante ricordare quanto anche l’aspetto economico e di business conti in questi processi.

Abbiamo l’ultima ed è l’unica domanda fatta delle ragazze della redazione. In apparenza è quella più scherzosa e riguarda i tempi della Maxicono Parma: hai provato invidia quando chiamarono Giani per la celebre pubblicità?

Per me Andrea Gianni è veramente un fratellino. Io sono figlio unico e lo sento davvero così. In quegli anni avevo già una certa visibilità, ero testimonial della Gatorade e giocavo in un ruolo dove attaccavo più di altri: in realtà un pochino ho sofferto di una mia sovraesposizione.

Ero un buon giocatore ma non ero il migliore: Lorenzo Bernardi, per dire, era meglio di me.

Ecco, mi sentivo un po’ sovraesposto e quando hanno scelto Andrea per lo spot mi sono sentito davvero bene. Anche altri finalmente avevano la giusta visibilità. Ho provato solo piacere nel vedere un ragazzo così forte e così amico avere successo e anche nel vedere riconosciuto, anche in quei termini, che la pallavolo sia uno sport legato ad una squadra e non solo a una individualità.