Una lezione sullo sguardo

Un racconto inedito di Massimo Vitali

Non salgo su un autobus più o meno dalle scuole medie. Però non ho mai smesso di osservare le fermate degli autobus, perché mi appassiona studiare la gente che aspetta. Una lezione sullo sguardo che scorre veloce attraverso istantanee di vita, attimi rubati al paesaggio e rapidi fermi immagine unici e irripetibili come il tempo.

Passando accanto a una fermata dell’autobus in macchina, moto o bicicletta, cerco sempre di rallentare, perché la fermata dell’autobus è l’unico posto al mondo in cui le persone si lasciano andare per ciò che sono veramente.

Nessuno è costruito mentre aspetta un autobus, non ci sono sovrastrutture, ognuno è libero di pensare agli affari suoi e trasmetterlo agli altri senza sapere di trasmetterlo.

A una fermata dell’autobus non ci si aspetta di essere osservati da qualcuno che ti passa accanto, perché, anche volendo, ognuno ha qualcosa di meglio a cui pensare che pensare a qualcuno che ti passa accanto e guarda proprio te che stai aspettando l’autobus.

Questo equilibrio di intenzioni permette a entrambe le categorie di vivere la propria vita nel pieno rispetto del prossimo. Il problema è che negli ultimi tempi questo rispetto è minacciato da un elemento esterno che risponde al nome di cellulare.

È assolutamente inaccettabile osservare le espressioni della gente alle fermate degli autobus e vedere solo l’attaccatura dei capelli. E non penso neanche che una legge con l’obbligo di guardare il telefono a testa alta possa aiutare la visuale, perché a quel punto si vedrebbe soltanto il mento.

Onestamente non trovo soluzioni a questa brutta abitudine se non lasciare il telefono in tasca, almeno quando ci si trova alle fermate degli autobus.

Una delle poche categorie libere da questa minaccia portatile sono le persone anziane.

Gli anziani sono la gioia dei miei occhi da osservatore di fermate degli autobus. Gli unici umani in grado di offrire gioia allo sguardo di chi li osserva, ignari di essere osservati. Adoro studiare le espressioni degli anziani in generale, ma alla fermata dell’autobus assumono un fascino senza tempo.

Immobili nella loro posizione da scrutatori, con le labbra schiuse e gli occhi puntati verso un punto indefinito dell’orizzonte, gli anziani alla fermata dell’autobus non guardano il telefono, non guardano neanche verso l’ipotetica traiettoria di un autobus, semplicemente aspettano.

Con quella forza negli occhi di chi scavalca l’attesa del tempo con la grazia di quello già passato. Dentro gli occhi degli anziani che aspettano alla fermata dell’autobus è nascosto il segreto di chi ha raccolto così tanto tempo da imparare a conservarlo.

Questo pomeriggio, passando in bicicletta davanti a una fermata dell’autobus di fronte a un ospedale, c’era una donna che abbracciava un signore anziano.

L’uomo era piuttosto alto e la donna lo stringeva con le braccia posandogli un lato del viso sul petto, a occhi chiusi, mentre lui rimaneva immobile di vedetta, a raccogliere il tempo all’orizzonte, facendosi riempire di quel calore che non sempre riesce a entrare in un ospedale.

La donna ha continuato a stringerlo, poi si è staccata lentamente per guardarlo negli occhi, dal basso all’alto, in un misurato silenzio, con un’espressione difficile da tradurre a parole ma abbastanza toccante da provare a indovinare: beato te che non hai un cellulare.

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Massimo Vitali nasce a Bologna nel 1978. Scrittore e docente di scrittura creativa presso la Scuola Internazionale di Comics nelle sedi di Reggio Emilia e Firenze.

Ha pubblicato i romanzi L’amore non si dice (2010) e Se son rose (2011) da cui è tratto il film Nel bagno delle donne (2020) prodotto da Rai Cinema ed ora disponibile su Rai Play. Nel 2019 pubblica Una vita al giorno e nel 2022 Il circolo degli ex. Nel 2023 è uscito il romanzo per ragazzi Zeno in condotta.