Un titano pop tra le colonne di Era

di Red

Il mito di Tony Hadley illumina Selinunte.
Avvolto dalla notte nera e dal tempio dorato, l’artista si dona senza riserve insieme all’Orchestra Jazz Siciliana.

📸 Antonio De Sarno

Il fato e la passione musicale ci hanno portato a vedere, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, Tony Hadley e Caparezza, autori di un pezzo in comune – strepitoso – di qualche anno fa (Goodbye Malinconia, 2011). Si pensava a una semplice sintonia artistica e probabilmente culinaria, ma dopo averli visti sul palco siamo certi che condividano anche uno spessore umano non così frequente tra le star della musica.

Hadley – già frontman degli Spandau Ballet e oggi crooner di altissimo livello – ce lo siamo goduto in una splendida notte siciliana a Selinunte, proprio davanti al Tempio di Era. Il “fato”, si diceva.

Eppure, in mezzo a tutto quello splendore architettonico e alla tecnica cristallina di Tony, la cosa che ci è rimasta più impressa è stata la sua attenzione e la sua premura per gli altri: da un lato l’interazione costante con il pubblico, con quel “Grazzi, grazzi mille, thank you” ripetuto come un mantra; dall’altro i giusti, generosi riconoscimenti ai membri dell’Orchestra Jazz Siciliana e a Richard Barrett, il suo storico chitarrista, co-protagonisti di una “notte stellata” alla Van Gogh (direbbe, a proposito, Caparezza).

📸 Antonio De Sarno

L’inizio, in realtà, è una sfida contro gli elementi. Un Eolo dispettoso soffia forte a Selinunte, scompigliando gli spartiti dell’Orchestra Jazz Siciliana e fischiando nei microfoni. Tony non si scompone, ci ride su e lo apostrofa con un memorabile “bloody wind!” che rompe subito il ghiaccio. E l’afa della Magna Grecia? Hadley accusa il colpo, si sventola vistosamente tra un brano e l’altro, suda, ma non arretra di un millimetro: c’è una generosità fisica nel suo modo di darsi, un rispetto sacrale per il pubblico che trasforma ogni goccia di sudore in un distintivo di assoluto spessore umano.

La scaletta è una dichiarazione d’amore sfacciata allo swing e ai suoi miti personali, da Jack Jones a Tony Bennett a Frank Sinatra (che Tony accenna persino di aver conosciuto). Si passa così dalle atmosfere sornione di Wives and Lovers – definita da lui stesso una “cheeky song” – all’ironia travolgente di Just a Gigolo, dove l’orchestra si diverte a fargli da controcanto nella strofa.

📸 Antonio De Sarno

E poi le cover degli Spandau: sentire True (con un arrangiamento di Paul Anka) o la monumentale Through the Barricades – la sua preferita degli Spandau – risuonare tra le colonne del Tempio di Era, avvolti dalla notte nera e dal tempio dorato, è un’esperienza che toglie il fiato. Anche qui, solo parole d’affetto per i suoi ex ma indispensabili compagni di viaggio della band britannica.

E la “hit delle hit”, Gold? La tiene come finale, da vero crooner che prima costringe il pubblico a gustarsi il viaggio jazz del suo cuore e poi lo libera in un coro finale sotto le stelle.

Momenti di Tony Hadley a Selinunte