di FIlippo Messori
Chiunque abbia fatto una scuola italiana almeno fino ai 90, tempi civili, si scodellava religione, magari catechismo, e altre attività legate alla trascendenza.
Io andavo dalle francescane, quindi non vi era un briciolo di attività in cui iddio non fosse presente, in modo passivo aggressivo.

Le suore alla fine non erano male, anzi, erano delle tizie divertenti, e alcune decisamente originali.
Una manciata erano le più carismatiche e presenti, ognuna con caratteristiche definite, tipo i cinque samurai/per difendere la terra/dagli orrori di una guerra.
Una di queste era suor Enrica, un fittone più largo che alto, dall’andatura a pinguino, occhi chiarissimi a fessura, e un sorriso digrignato identico a quello di Sean Connery, anche la sua essere era identica. Montanara di Sassostorno, era tutto quello che uno si spetterebbe dalla fornaia di un paesello sperduto nell’alto e arcigno alto Frignano.
Una volta, mentre sproloquiava di bene e male, mise assieme una parabola terra terra, con un tizio che, morto, arrivava al cospetto di Gesù, il quale gli rimproverava, con sommo sbigottimento del caro estinto, di non averlo mai aiutato quando era in vita.
“Non mi hai sfamato” diceva, e – lo ricordo come se fosse adesso – l’altro rispondeva “io?! Ma se ti avessi incontrato affamato, altro che tozzo di pane, ti avrei fatto un piatto di tortellini, Signore!!!”.
Al che, il tono, prima scherzoso, si faceva più austero: “Io ero quel mendicante che non hai accolto… io ero etc. etc. etc.”
La cosa mi lasciò interdetto all’inizio, in quanto subito uscito da scuola iniziai a vedere divinità ovunque, emanazioni capitali del sommo giudizio pronte a farmi rapporto al direttore celeste.
Ma si sa, i debiti posposti sono meno debiti, e col passare degli anni l’animo ha potuto tornare di tufo, come ai bei tempi prescolastici.
Ma. C’è sempre un “Ma”.
La realtà offre purtroppo infinite prove di resistenza, specie a chi mastichi la strada anche fuori dai sentieri più battuti.
E così in una tarda serata primaverile, madida di guazza, si appropinqua una donna arruffata, biondo arenaria, il viso scavato dalla stanchezza e un valigione fucsia abnorme.
Bestemmio sottovoce, perché i miei sensi di rogna percepiscono forte l’energia di segno negativo tipica delle corse di merda.
Prende il telefono, e usa Duolingo. Mi chiede di andare in un centro di accoglienza, poco distante. Parla comunque un inglese comprensibile, quindi riesco a spiegarmi decentemente. Carico il bagaglio, e partiamo.
Sono preoccupato, perché nei centri di accoglienza a quell’ora non prendono nessuno, esperienze già vissute, e in caso di rifiuto la boccia mi sarebbe rimasta fra le mani.
Ovviamente uffici chiusi, “torni domani”.
Mentre le spiego, la osservo meglio, ha un abbigliamento relativamente giovanile, ma stinto e logoro, il tono di voce è monocorde, lo sguardo vuoto e fisso.
Chiamo la polizia come consigliato dal guardiano, per sapere se esistano luoghi convenzionati che possano ospitare la donna, mi chiedono alcune informazioni.
All’età, lei dice trentasette. Ne porta quindici di più, a prima vista.
Non ci sono posti, l’inverno è finito e così le misure contro l’assideramento, si può dormire per camporella senza problemi.
Le dico che avrei fatto una carrellata di hotel, per trovarle un buco, ma lei mi ferma dicendo che ha già chiesto, i prezzi sono troppo alti.
Tento comunque un paio di telefonate, ed effettivamente sono libere solo stanze di una certa caratura.
Sto perdendo un sacco di tempo, e una corsa minima si è già tramutata in un famigerato “protocollo betlemme”, ovvero la ricerca disperata di un ricovero per derelitti vari.
Cerco contatti fra ai conoscenti, alcuni hanno delle bazze.
Ogni ipotesi e suggerimento risulta vano: persone irraggiungibili da notte, negozi etnici chiusi.
Tento in un ostello del centro.
Arriviamo, entro.
La giovanissima ragazza delle reception mangia subito la foglia: chi trasporto è già passato di lì.
Avrebbero un posto ma costicchia.
Esco, spiego.
Lei dice che no, non può, che è meglio portarla in stazione, dormirà lì.
Io al pensiero che stia sola, di notte, in stazione, coi suoi averi in una valigia rubabile in trenta secondi, rabbrividisco.
Ma non posso girare ancora a vuoto, sto perdendo troppo tempo, e non ho alternative.
Faccio due conti a mente, un calcolo rapido fra tempo e incasso.
Ma inutile, avevo già deciso: offro io, per questa notte.
Lei vorrebbe rifiutare, si lancia con l’inglese, poi usa Duolingo. Tutto inutile, io non la scollo messa così in stazione tutta la notte.
Scarico le valigie, la porto dentro, la ragazza alla reception sorride sotto il piercing.
Le faccio compilare le carte, metto i soldi sul bancone.
Lei si ferma, chiede se sia davvero sicuro, io dico di sì.
Mi abbraccia e mi ringrazia, per poi abbassare gli occhi nuovamente, definitivamente. La carità, posso comprendere, è al tempo stesso un boccone dolce e amaro.
A me non interessa, oramai.
La concierge mi abbuona i rotti, sorridendo, per poi spiegare in inglese le caratteristiche della stanza alla profuga, che ascolta attentamente.
Io non ho più niente da fare, se non lavorare: le consegno io foglietto su cui avevo appuntato alcuni numeri utili, connazionali e centri di accoglienza.
La saluto e le do il buona fortuna.
Lei mi abbraccia ancora, e mi ringrazia un’ultima volta.
Giro le spalle, non ci vedremo mai più.
Chissà se la racconterà a qualcuno, ‘sta avventura.
