di Doina Grecu
Il seguente articolo è il risultato di Officina delle notizie, un corso di Giornalismo organizzato da Casa Corsini e nato dalla collaborazione tra Cooperativa Aliante, Social Point Modena, associazione Lumen e Comune di Fiorano Modenese. Il corso di avvicinamento alla scrittura per testate giornalistiche si è sviluppato in tre incontri nel Maggio 2026 e ha visto come formatore Marcello Micheloni, direttore di Sul Serio.

CAPITOLO I
Non avrei mai creduto che questo potesse capitare anche a me.
Ma… è successo. Che devo fare? Mi devo rialzare e vivere ogni giorno come fosse l’ultimo.
Solo sentire la parola tumore mi faceva rabbrividire. Ma poi un giorno l’ho sentito dire dalla dottoressa, che stava davanti a me e mi guardava negli occhi: “Purtroppo lei ha un carcinoma infiltrante in fase iniziale. è una delle forme peggiori. Dobbiamo intervenire al più presto possibile.”
Non ci credevo ma… era vero. Il tempo scorreva alla velocità della luce.
Infine risposi: ”Ok, facciamo ciò che dobbiamo fare. Che l’incubo abbia inizio.”
Ho pianto, ho sofferto tantissimo, sono caduta a terra pensando di non farcela… ma ce l’ho fatta e mi sono rialzata più forte che mai. Lo so di non essere mai al sicuro, ma io non mollerò mai. Lotterò per la vita fino all’ultimo respiro. Riderò e sarò felice e grata per ogni giorno guadagnato.
Abbiate fede i miracoli esistono. Se ce l’ho fatta io, può riuscire chiunque.

CAPITOLO II
Non sei mai preparata quando una brutta notizia ti sconvolge la vita. E anche se ti aspetti qualcosa non sei mai pronta lo stesso.
Le brutte notizie vengono sempre all’improvviso, ti colgono di sorpresa.
Quando ho ricevuto la telefonata dall’ospedale il sangue mi si è congelato nelle vene.
Con la voce tremante ho risposto al telefono: “Pronto, chi parla?”. “Chiamo dall’ospedale, la sua mammografia eseguita il mese scorso ha rilevato alcuni punti che richiedono un approfondimento. Si deve presentare domani mattina per gli accertamenti.”
Dieci anni fa avevo ricevuto la stesa telefonata e in seguito ho dovuto fare un sacco di accertamenti che per fortuna sono risultati negativi. Ma questa volta era diverso: sentivo come solo al pensiero il sangue gelare nelle vene e la paura si faceva strada dentro di me. La prima volta sono stata fortunata ma adesso sentivo che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto. Alla mattina sono andatea in ospedale e da lì in poi il vortice della disperazione mi ha risucchiato sbattendomi da una parte all’altra.
Così è comincioato il mio calvario. Ho fatto tutti gli accertamenti e la dottoressa mi ha prescritto due biopsie. Quindi il mio sesto senso neanche questa volta non ha sbagliato: la prima biopsia, dopo tre giorni, è stata molto dolorosa. L’anestesia dolorosissima, sembrava che un coltello lacerasse il mio seno dal vivo.
Quando finalmente sono uscita dal ambulatorio il colore del mio viso diceva tutto. Pallida e tremante mi sono avvicinata a mio marito cercando il conforto e il calore delle sue braccia.
Le due settimane e mezzo seguenti, aspettando l’esito, sono sembrate anni: infinite. L’ansia mi faceva disperare, dentro di me sentivo che qualcosa di brutto stava per accadere.
Erano parecchi anni che la mia vita non era più la stessa: tante brutte cose sono accadute, mi hanno colpita, buttata a tera, piegata ma non mi sono mai arresa, ho lottato con tutte le mie forze e mi sono sempre rialzata più forte di prima.
Il passato ci insegna, quasi sempre, tante cose ma mai come poter cambiare il futuro . Puoi provare a cambiare il percorso illudendoti di aver preso la strada giusta ma poi il destino ti riporta sempre dove devi essere e incontrare chi sei destinato a incontrare.
Il periodo più brutto della mia vita è stato quello prima del operazione. Sembrava che il tempo si fosse fermato, che quel “sei Novembre” non arrivasse mai. Lavoravo come una matta per non pensare ma inutilmente: il mio pensiero andava sempre li.
Odiavo da morire quella parte del mio corpo che conteneva quella cellula. I pensieri brutti e caotici riempivano la mia mente , dandomi la voglia di “tirare” quel male da sola e liberarmi una volta per tutto.
Ma poi la ragione diceva: “Non farlo, aspetta!” E ho aspettato.
Alla fine il giorno è arrivato e il mio viaggio verso la sala operatoria è cominciato. L’infermiera mi ha iniettato l’anestesia parlandomi del più e del meno per farmi distrarre dal mio pensiero fisso lungo 35 giorni, poi… niente, mi sono svegliata dopo tre ore e mezza ancora nella sala operatoria con la voce del chirurgo: “Doina mi senti? Tutto bene? Doina…” Ancora mezza addormentata, risposi con una voce debole: “Sì, tutto bene. è già finito tutto?” “Si adesso andrai nel reparto, c’è tuo marito che ti aspetta” “Grazie, dottore”.
In quel momento ho sentito la liberazione dal male, leggera, non sentivo alcun dolore. Finalmente il peso psicologico era svanito.
Adesso devo pensare a rimettermi in piedi più presto possibile.
