Taxi Fillo 7

Il pranzo di Taxi Fillo è serrato

di Filippo Messori

Dopo una giornata di tedio, dove i clienti latitavano come l’ossigeno nell’aria fetida ed umidiccia di una Modena sorda e grigia come certe aule anterepubblicane, nulla è più gradito di un nuovo mattino all’insegna del lavoro, rapido, pieno e positivo.

L’allegria mette appetito, e l’unico modo permesso dal protocollo dei babisti per soddisfarlo è buttarsi in trattoria con alcuni compagni di merende, differenti dagli originali per accento, ma non per look e fedine penali.

“Il pranzo è serrato”

L’ingresso pulito in osteria sottende che all’uscita uno si trovi al contrario discretamente unto, mortalmente gonfio, delicatamente ottenebrato a livello cerebrale (il che per un tassista non è affatto un problema, bensì la normalità), e soprattutto infernalmente fetido di fritto.

Non sempre, ivi, si frigge; ma l’odore è sempre presente, a monito perenne della tua prossima debacle coronarica.

Figuriamoci dunque i livelli di aulenza che possiamo raggiungere se si frigge sul serio.

Oggi si friggeva sul serio.

Il menù settimanale, implacabile, prevede una delle punte di diamante, infatti: la catoletta. Scritta e pronunciata esattamente così. Il pranzo è serrato, e prevede una passio christi di un paio di ore, scanditi da scappellotti e bestemmie appena velate da parte dell’oste, tutti meritati.

All’uscita, le funzioni gastriche sono stile chernobyl, un piede di elefante si fa strada per i tortuosi cunicoli dei visceri, ed il sangue scorre lontano dallo stomaco a malapena per le funzioni vitali, ed una sola alla volta: un battito cardiaco, un respiro. Talvolta un rutto.

La condizione cremosamente letargica del post pranzo è peggiore se sei un tassista: a meno che tu non abbia il pomeriggio libero, sei privato del piacere dell’alcool che alleggerisce e lubrifica. Quindi, il mappazzone peggiora sensibilmente.

Taxi Fillo 7

In queste condizioni, presentarsi ai clienti, sempre esigenti, è difficoltoso e sconsigliato. I più tentano la sfortuna scegliendo come eremo posteggi sperduti, dove non arriva una chiamata dai tempi dàl dòca pasarèin, offrendosi alla morte civile come un’appetitosa polpetta, altri inventano improbabili corse verso lidi imprecisati che opportunamente li terranno fuori dai giochi per un’oretta buona, altri ancora si offrono ancora croccanti ai viandanti della stazione, che, dopo aver passato qualche ora tra le fauci di trenitalia, certo hanno gusti semplici.

Il vostro oggi, cercando di mantenere il flusso positivo, ha scelto quest’ultima opzione.

Effettivamente funziona, son solo secondo dietro un altro collega.

In digestione la socialità va a margherite, così si tirano giù i finestrini e ci si mette belli sbragati a giocare a candy crush, aspettando un record che non arriverà mai, diversamente dal passeggero. Che arriva.

Da sinistra appare una figura claudicante, dai contorni incerti. Avvicinatasi, si capisce che fosse molto meglio tenersi i dubbi, piuttosto che fugarli. Una vecchia malmessa, molto malmessa, sui 70, anche se ne dimostra almeno 20 di più.

Ha i capelli bianchi, corti, e tagliati in maniera spartana con un rasoio elettrico, come una deportata. Indossa due bragacce di tuta, scarpe ginniche di 30 anni fa, ed un pastrano di tessuto grosso, con una fantasia paisley color vinaccia, di sedici taglie più grande, tipo trinchetto del mayflower. Tiene coi pugni sui fianchi i pantaloni, probabilmente in procinto di caderle, data la misura abbondante. Gira a bocca aperta, sdentata, discretamente strabica, con qualche ciuffo di barba che le spunta dal mento. Totalmente priva, avrete immaginato, di contatti con la realtà.

La guardo dirigersi verso il primo della fila, immaginando l’olezzo agghiacciante di quella sorta di vestaglia, e che diaggine di ardite elegie potrebbero mai uscire da quella bocca storta e disarmata.

Il collega mi legge nel pensiero: le ultime banconote che deve aver visto sono le “american lire” emesse dal governo badogliano, quindi, dopo aver cercato solidarietà nel sottoscritto con uno scambio di guardi, domanda la paga in anticipo. Lei, facendo dei versi, si oppone. Nessun quattrino in tasca, lo deve recuperare una volta a destinazione.

Fa per salire: ma il buon conducente chiude la porta scorrevole, impedendole di entrare in quel tabernacolo marchiato peugeot. La sua sacralità venale non sarà violata, non oggi. Lei è scossa, inizia a belare.

Lui è fermo: senza soldi non si parte. Che prenda il bus. Quello che le servirebbe sta fermandosi proprio ora alla pensilina.

Lei si allontana com’era venuta, ed il guardiano della giustizia, grazie ad una chiamata radio provvidenziale, si eclissa alla chetichella dal luogo delle trattative.

Mi asciugo lo strutto dalla fronte.

Torno a candy crush.